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Chi è Horus. E qualche piccolo segreto in più…

Occhio di Horus egizio - Progetto Horus di Maurizio Corona

Horus è la principale divinità della antica religione Egiziana. Per parlarne velocemente a coloro che non lo conoscono, 320px-Horus_standing

Horus sta a Osiride come Gesù sta a JHWH. 

Con le dovute differenze ovviamente: chi è infatti Osiride?

Osiride è un membro dell’Enneade, cioè il gruppo dei nove Dèi Egizi più importanti. Inventore dell’agricoltura e della religione, si riteneva che avesse regnato come civilizzatore e benefattore dell’umanità. In una delle numerose versioni del suo mito, Osiride morì annegato nel Nilo, assassinato nel corso di un complotto organizzato dal fratello minore Seth. Malgrado lo smembramento del corpo, sarebbe tornato in vita grazie alle pratiche magiche delle sorelle Iside (che era anche sua moglie) e Nefti. Il martirio permise a Osiride di accaparrarsi la signoria sul mondo dei morti, di cui sarebbe divenuto sovrano e giudice supremo, garante delle leggi di Maat, la Giustizia, ovvero l’Armonia Universale: era perciò venerato come dio della morte e dell’oltretomba.

Per gli Egizi la vita era, per dirla con Platone, una continua preparazione alla morte.

E qui sappiamo già che qualcuno si starà toccando… Ma pensateci un attimo: la vita non è un continuo morire e rinascere? Non siamo ogni giorno diversi? Non muore ogni giorno una cellula nel nostro corpo per lasciare lo spazio a un altra?

Ecco che allora la vita diventa una preparazione alla morte: così era per gli Egizi, e basterebbe dare un’occhiata alle piramidi per capire quanto la morte fosse importante per loro. 

Horus era inoltre figlio di Iside, dea della maternità, della fertilità e della magia, che faceva anch’essa parte dell’Enneade.

Nel mito Osiride viene assassinato dal fratello Seth, dio del Caos, ed è riportato in vita, per il tempo di un rapporto sessuale con l’amata Iside, dai poteri magici di Iside e della dea Nefti. Da questa unione nacque Horus bambino. Una volta cresciuto, affrontò lo zio Seth per vendicare il proprio padre e, sconfittolo dopo molte peripezie, rivendica l’eredità di Osiride, divenendo finalmente re d’Egitto.

Nel corso dello scontro con lo zio Seth, Horus perse l’occhio sinistro, che si divise in sei parti, e fu poi risanato dal dio Thot. Si riteneva che quest’occhio, chiamato Oudjat od Occhio di Horus, che gli egizi portavano come amuleto, avesse poteri magici e guaritori, oltre che di protezione. Graficamente l’occhio di Horus è costituito da un occhio destro (quello rimasto integro dopo il combattimento fra Horus e Seth) sovrastato dal sopracciglio (che ci ricorda nella sua forma un serpente) e sotto da una spirale, per alcuni il tratto residuo del piumaggio del falco, animale del quale Horus prende le sembianze.  

Fra i vari significati del mito dell’occhio di Horus, il principale è quello della rinascita o rigenerazione, ovvero del sole che appunto rinasce ogni giorno. 

Interpretazione profonda

Fin qui il mito, la leggenda.

Ma in cosa può essere utile per noi? E specialmente per il nostro cervello ?

L’occhio di Horus è l’occhio della percezione oggettiva e profonda, necessario per emettere un giudizio equilibrato. Deve diventare “l’occhio buono”, cioè la capacità di vedere soprattutto bene e positività intorno a sé. È l’occhio dell’anima, che cerca la visione di Dio. 1280px-Eye_of_Horus_bw.svg

E’ l’occhio di Dio, chiamato “Peqicha”, “Apertura”, in quanto è singolo e non si chiude mai (come il terzo occhio). Nell’uomo-Horus, un occhio guarda dentro e l’altro si acceca per non vedere l’esterno e concentrarsi sull’interiorità. Rappresenta dunque la capacità di entrare nel profondo della realtà.

Ricorda il terzo occhio e ha quindi un rapporto con la ghiandola pineale, che a sua volta ha un collegamento col sole e con i cicli solari (l’epifisi produce la melatonina in rapporto alla luce solare che gli occhi percepiscono).

Spiritualmente ci permette di uscire dall’illusione, che ci permette di passare dall’invisibile al visibile. È la relazione tra cervello e pensiero intimo.

Horus si chiede “cosa bisogna che distrugga in me stesso?” come barriera, come idea preconcetta, come sistema di credenze. Quindi ci permette di smontare le barriere, i modelli, la maschera sociale, l’immagine di sé, la corazza, la torre d’avorio che è la torre di Babele, e così riesce ad essere se stesso e si manifesta per ciò che è, manifestando il Divino in sé. 200px-Egypt.Edfu.Temple.01

In sintesi, come ci mostra la figura, rappresenta ciò che di più profondo e invisibile è in noi, anche se non percepibile con i sensi comuni.

Collegato al sole (prima abbiamo accennato alla rinascita), e quindi al dio Ra, Horus è rappresentato da un falco (significato del termine Horus), animale che può volare altissimo nel cielo e può guardare il sole senza perdere la vista. 

Rappresenta quindi anche il sole ed in particolare quando questo è allo zenith.

Tra le più celebri immagini di Horus, il dio compare in una statua del faraone Chefren, della IV dinastia, assiso in trono. Il falco-Horus è appollaiato in cima allo schienale del trono e le sue due ali, aperte, abbracciano la nuca del sovrano in un gesto protettivo.

horus su chefren

Per questi motivi abbiamo scelto l’Occhio di Horus (rivolto alla nostra interiorità) e Horus stesso (il falco legato alle energie solari, alla protezione per la nostra vita e alla nostra rinascita) come simboli del nostro progetto.

In antitesi a Seth, che rappresenta il caos e la violenza, Horus incarnava l’ordine e – esattamente come il faraone – era garante dell’armonia universale (Maat).

Anche Maat ha il suo opposto: Isefet, il caos, il disordine, ma soprattutto la disarmonia.

Quando siamo malati, siamo infelici, stiamo male a vari livelli, significa che vi è Isefet: per questo bisogna ristabilire Maat, l’ordine interiore, la pace, l’armonia con se stessi. E per ristabilire Maat ci vuole Horus (e cioè saper vedere la nostra interiorità e rinascere grazie ad essa). Per questo abbiamo deciso di chiamare così il nostro progetto.

Per rappresentare la capacità umana (e della scintilla divina che è in noi) di ristabilire Maat, grazie a Horus, che ne era appunto il garante.

Di Horus, Maat e Isefet accenno anche nel libro “Due occhi color miele”, primo libro della saga “L’eredità iniziatica”. Ma nel secondo che sto scrivendo… bè, mica ve lo dico, altrimenti che sorpresa è … 😉 😛

Illumina il tuo cammino

Mau

www.progettohorus.it

1 Comment

  1. Giuseppe Atzei ha detto:

    Ho appreso recentemente che anticamente, in Sardegna, il culto della morte era propedeutico alla rinascita.
    Nelle Domus de Janas (case delle Fate) il morto veniva sepolto in posizione fetale.
    Alla cella in cui veniva sepolto si accedeva attraverso una piccola apertura che portava alla nicchia la quale poteva contenere giusto un corpo in posizione fetale.
    Fuori dalla cella un piccolo scavo a forma di coppa o insalatiere dove si deponevano gli alimenti e gli oggetti che potevano servire al defunto nella fase di transizione da una vita all’altra, poi uno stretto cunicolo, da percorrere spesso carponi, portava all’esterno di tutto il monumento tombale.
    Le domus de Janas rappresentavano, praticamente, l’utero materno e tutto l’apparato genitale.
    L’apertura della cella era rivolta verso Est, cioè verso il sole che nasce, sempre per simboleggiare la rinascita.
    Questo ci fa supporre che gli “Antichi” già credevano nella reincarnazione.
    Tutto ciò ricorda gli usi Egiziani di seppellire i Faraoni con oggetti cibo e talvolta anche animali domestici per permettere al defunto di continuare nell’aldilà le funzioni che espletava in vita.

    Giuseppe

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